Il quinto appuntamento con la nostra rubrica “Presi per il CULInario” è una fine ricerca sul campo: due polli, due metodi d’allevamento differenti, stessa preparazione. I risultati ovviamente divergono e ci portano a riflettere non solo sulla cucina, ma sulla vita.
Mangiare due polli arrosto, cucinati nella stessa maniera, nel giro di due giorni e restare, alla fine del secondo, letteralmente sconvolto non è certo un inizio rassicurante per un articolo di cucina, ma questo è il reale stato delle cose e non posso sorvolare sull’argomento.
Il primo era un pollo di un allevamento di Zocca, Il Feudo. Un pollo cresciuto libero, che ha mangiato cibo sano e adatto alla sua crescita. Il tipo di alimentazione è stato scelto dopo attenti studi che hanno portato all’utilizzo di mangimi NO OGM e l’introduzione nella dieta prodotti destrinizzati (come la soia, il lino e il mais). Prodotti che facilitano, attraverso appositi accorgimenti tecnologici, l’idrolisi dell’amido con formazione di destrine allo scopo di aumentarne la digeribilità e l’assorbimento. Questo tipo di mangime migliora il tasso di conservazione in cottura dei liquidi nelle carni che non risultano mai stoppose. Dentro al collo aveva ancora il granturco ingoiato poco prima di diventare il mio pasto.
Tre chili di peso circa, pelle gialla e spessa. Interiora proporzionate, cosce sode e ben sviluppate, zampe grosse e sporche. Sì, sporche di terra, lerciate da corse nel recinto, sudice di vita.
Olio aglio, salvia rosmarino, sale e pepe. E patate. Una leggera scottata sul fornello, un bicchiere di vino bianco sfumato dalla vivacità della fiamma e poi in forno per 45 minuti a 200 gradi circa. Una delizia! Carne scura, consistente, difficile da staccare dall’osso, quasi non volesse privarsi della sua compagnia. La pelle croccante fuori e morbida dentro, gialla come l’oro. Il grasso si è sciolto e ha aiutato la carne a cuocere grazie alla sua umidità e al suo calore.
Saporito ma delicato, tutto esaltato dai profumi delle erbe aromatiche appena colte nell’orto.
Un sapore che mi porta indietro di venti anni quando ne mangiavo uno così ogni volta cha andavo a far visita a mio nonno. Riuscire a rivivere momenti del nostro passato grazie ad una pietanza è davvero un’emozione difficile da descrivere.
La sera successiva, a casa, mangio un pollo arrosto acquistato in una catena di distribuzione alimentare. Anche in questo si tratta di quello senza OGM (lo si legge sull’etichetta): lo chiamerò pollo S, dove la sillaba sta per supermercato, ovviamente. La preparazione è identica a quella del precedente ma di emozioni, nessuna.
Bianco e triste alla prima occhiata. Dentro una sterile vaschetta, senza né testa, né zampe (come se fossero inutili). Non si riesce bene neppure a capire che animale sia se paragonato col primo. Piccolo, rachitico e identico a tutti gli altri posizionati accanto a lui dentro allo scaffale del supermarcato, come fossero alla stazione in attesa del primo treno, pronti a saltar su pur di scappare via.
Insipido, con la carne flaccida, il petto stopposo, le cosce minuscole, le ossa perfettamente pulite dalla carne. Se prendi un brandello di carne e la tiri via l’osso rimane nudo e imbarazzato. La pelle bianca dopo la cottura è quasi scomparsa, ritirata. Mi viene da pensare a una spugna che immersa in acqua si gonfia per poi tornare alle sue dimensioni originali dopo che è stata strizzata.
Questo pollo ha vissuto dentro ad una gabbia, costretto in quello spazio angusto a sentire la urla disperate di chi, come lui, ha capito che quella è la sua vita e cha la fine sarà su uno scaffale frigorifero di un supermercato.
Mi piace pensare che vita spensierata, viva, leggera del pollo del Feudo gli abbia permesso di essere felice. In fondo ha mangiato, scorrazzato, dormito…bhe, per un pollo è il massimo dell’aspirazione, credo…
Penso ancora a quello S: triste, rassegnato, sporco di escrementi e non di terra, non di vita.
A questo punto tiro le somme. Il pollo del Feudo costa almeno il triplo rispetto a quello del supermercato. Il perché non è difficile da capire: ovviamente il sistema di allevamento utilizzato implica maggiori costi, più tempo per portare il pollo alla dovuta crescita, spazi più ampi e una manodopera numericamente cospicua. Il secondo, invece, viene prodotto come fosse in una catena di montaggio di una fabbrica di automobili e si rivela al pubblico identico a tutti gli altri suoi “fratelli”.
Pertanto mi chiedo: vale la pena mangiare tre polli comperati in un supermercato o uno preso all’allevamento? Quantità o qualità?
Rispondo con altre domande, interrogativi che ognuno di noi dovrebbe porsi: vogliamo negare ai nostri figli l’opportunità di godere di questa prelibatezza? Vogliamo negare a noi stessi la gioia di ritrovare un sapore scomparso?
Credo che dovremmo investire meglio il nostro denaro e capire che l’alimentazione è un piacere, ma soprattutto una necessità. Il nostro organismo se si nutre di prodotti migliori e più sani ne beneficia decisamente e la nostra psiche e stato d’animo si arricchiscono.
L’Italia è il Paese della cultura del cibo: non buttiamo via quello che di buono abbiamo. Preferisco mangiare il pollo con minor frequenza, ma almeno poter dire, in quelle occasioni in cui degusto un animale debitamente allevato, di aver mangiato quello vero!
Grenouille
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